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Formazione, quanto vale il titolo di studio nel mercato del lavoro?
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Formazione, quanto vale il titolo di studio nel mercato del lavoro?

Qual è il reale valore di un titolo di studio nell’attuale situazione di crisi occupazionale? Molti sostengono che sia meglio cominciare a lavorare da giovanissimi, altri sono convinti che una laurea porti comunque dei vantaggi nel momento di cercare un’occupazione.

Un rapporto di Unioncamere e del Ministero del Lavoro relativo al 2013, basato su dati forniti dal Sistema informativo Excelsior, sembra dare ragione ai secondi. L’offerta di lavoro, sostiene il rapporto, si è drasticamente ridotta, ma nel contempo sono aumentate le assunzioni di lavoratori qualificati. Il titolo di studio, quindi, avrebbe un valore sempre maggiore, soprattutto se non ci si ferma ad un percorso di laurea triennale ma si arriva alla specializzazione: solo il 26% delle assunzioni di laureati, infatti, riguarda posizioni che richiedono il solo percorso formativo triennale. Le figure professionali più richieste, tra laureati e diplomati, sono quelle di ragionieri, ingegneri ed economisti, ma si difendono bene anche le professionalità ad indirizzo turistico e alberghiero, sanitari e parasanitari.

Ci sono buone notizie anche per i laureati nelle tanto bistrattate discipline umanistiche: non è detto che chi è in possesso di una laurea in lettere, psicologia, scienze politiche o lingue sia tagliato fuori dal mercato del lavoro. Un rapporto di Unioncamere, questa volta relativo a dati del 2012, sostiene infatti che la crisi non ha inciso molto sulle prospettive lavorative degli umanisti; negli ultimi tre anni si registra, anzi, un aumento del 7% delle opportunità di lavoro.
Quali sono gli ambiti in cui si può sfruttare la propria laurea in materie umanistiche? Sicuramente nel settore dell’insegnamento, anche presso strutture e scuole private; anche le assunzioni di psicologi sono in lieve crescita rispetto al 2008, così come quelle di educatori e assistenti sociali.
I laureati in lingue possono invece lavorare come insegnanti, insegnanti privati, traduttori, interpreti o come addetti alle relazioni con l’estero in aziende o enti pubblici, mentre chi ha puntato sulle scienze della formazione possono essere assunti come educatori privati o nelle strutture prescolastiche.

Le conclusioni a cui giunge il recente rapporto di Almalaurea sull’efficacia del titolo di studio sembrano essere in parziale contraddizione con i dati raccolti da Unioncamere. Il consorzio interuniversitario che si occupa di congiungere università e mondo del lavoro, infatti, afferma che il titolo universitario avvantaggia 49 triennali su 100, mentre una laurea specialistica è efficace in 75 casi su 100; dati in calo rispetto a quelli del 2008, ma che comunque migliorano con il passare del tempo: dopo tre o cinque anni dal conseguimento del titolo di studio la situazione migliora per i laureati di tutte le discipline.
Secondo Almalaurea, comunque, il distacco tra chi ha conseguito una laurea e chi è in possesso di un diploma è tangibile: i diplomati senza lavoro a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio, infatti, sono il 12% in più rispetto ai laureati, che hanno anche retribuzioni migliori nel 50% dei casi.

Fanno eccezione i neo diplomati degli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori, che – nonostante la crisi – trovano facilmente lavoro terminati gli studi in sei casi su dieci. In molti casi, il contratto di assunzione è la continuazione dello stage obbligatorio previsto dal percorso formativo, che occupa circa il 30% dell’orario totale delle lezioni. Uno formula di successo, quindi, che attira sempre più giovani: attualmente sono circa 5.000 i corsisti che frequentano i 64 Istituti Tecnici Superiori dislocati in tutta Italia, attivi nei settori dell’efficienza energetica, della mobilità sostenibile, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, delle tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e del turismo e molte altre. Numeri destinati a crescere, vista la recente possibilità data a tutte le Regioni italiane di ospitare più di un istituto per la medesima area tecnologica.

Francesca Scarabelli

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