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Welfare aziendale: la garanzia delle aziende virtuose
Il Nord Europa, la Germania e il Regno Unito hanno dato l’esempio per il mercato del lavoro su scala globale: il welfare aziendale ha preso il via proprio in queste aree, per poi fortunatamente diffondersi anche nel resto del mondo. Come mai è una politica vincente? Perché tutti vincono: felici i dipendenti, felice l’azienda. Dite che questo è un sogno irraggiungibile basato su un principio filantropico che poco si sposa con le logiche economiche? Niente di più sbagliato. Vediamo in che modo i lavoratori possono esser soddisfatti senza che le aziende ne risentano.

Welfare aziendale: buste paga gonfiate?

Non si tratta infatti di mettere a rischio la stessa sopravvivenza di un’azienda, pur di aumentare lo stipendio ai dipendenti. Per avere dei lavoratori che siano sia motivati che fedeli è possibile investire poche risorse ma in maniera efficace. Ci sono molti modi per trovare soluzioni utili per i dipendenti, che non siano anche un salasso aziendale.

Ad esempio, uno degli evergreen che funzionano un po’ in qualsiasi realtà professionale, sono gli asili aziendali: la presenza di spazi che sostengano i genitori nella gestione dei figli, facilitando il loro spostamento da casa a lavoro, magari a costi contenuti, è decisamente un grande modello di welfare aziendale.

Benefit come se piovesse: il caso di Luxottica, Eni e OML Still

Andare incontro alle esigenze dei propri dipendenti è la vera chiave. Prevedere buoni studio per acquistare i testi scolastici per i figli dei propri dipendenti, è una delle ricette perfette. Così come il caso di Luxottica, che ha previsto la distribuzione di prodotti alimentari tra i suoi lavoratori.

Il modello di Luxottica nasce proprio dall’obiettivo semplice di ricreare un modello volto all’integrazione dei salari più modesti con la risoluzione dei bisogni delle famiglie di operai e impiegati. Questo attraverso benefit che prescindessero da una mera maggiorazione degli introiti monetari. Ma che fornissero dei servizi e dei vantaggi che potessero comunque dar un plus al loro potere d’acquisto.

Una strategia che ha riscosso parecchi consensi all’interno dell’azienda, perché è stata compresa l’importanza della creazione di un clima di benessere che fosse un valore extra. La conseguenza è stato il riscontro di un aumento nella produttività da parte dei lavoratori soddisfatti.

A margine, lo stesso risultato è emerso dall’attuazione del Progetto welfare Eni del 2008, che ha previsto un’offerta di benefit per la famiglia e la salute molto diversificata.

Ma anche le aziende più piccole possono intraprendere la via virtuosa del welfare: pensiamo all’impresa lombarda metalmeccanica, la OM Still: nel 2013 ha offerto ai suoi 130 lavoratori 1000 euro spendibili in servizi di welfare estesi in tutti i campi previsti sia dall’articolo 51 che dall’articolo 100 del Tuir: il diritto allo studio e centri estivi per i figli, card prepagate; il sostegno di operatori socio-assistenziali, lo svolgimento di attività sportive e di divertimento. Infine, la formazione degli stessi dipendenti e viaggi.

Ma il welfare aziendale rende il datore di lavoro più povero?

Niente affatto. Perché offrire un corso di inglese, oppure pagare un abbonamento ai mezzi pubblici – giusto per dare qualche spunto – sono iniziative più redditizie che costose.

Questo perché, da una parte, un’azienda pagherà meno di un singolo acquirente; dall’altra poi, la felicità dei propri dipendenti non è monetizzabile. Quindi, eliminare eventuali difficoltà per i lavoratori garantisce una migliore resa professionale.

Welfare aziendale = benessere

Lo dice la parola stessa in effetti. E dove c’è benessere c’è produttività. Tutte le iniziative che un’azienda può promuovere per migliorare il clima lavorativo non sono accessori, ma un must per il successo dello stesso datore di lavoro. Riconoscere quindi le potenzialità delle risorse umane avrà di sicuro ripercussioni positivi sulla qualità produttiva.

I pacchetti di benefit possono esser di vario tipo quindi: l’azienda raggiunge l’obiettivo mettendo a disposizione del dipendente una serie di servizi volti a migliorare la qualità lavorativa e di vita del lavoratore. Esempi di servizi welfare possono consistere in sconti, in promozioni, in convenzioni che favoriscono l’accesso a beni e servizi. E poi, ovviamente le agevolazione per le famiglie (mutuo, previdenza e istruzione).

Morale alto, alta produttività

I vantaggi non devono essere esclusivamente di carattere economico: parlando dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, potrebbe essere una buona pratica di welfare aziendale un’organizzazione funzionale delle attività lavorative e magari anche la flessibilità in termini di orari – un benefit particolarmente apprezzato.

Il potere d’acquisto è di certo importante, ma non è tutto nella percezione di benessere di un dipendente. Ciò che si mette a disposizione sotto forma di servizio, può avere più valore di un aumento monetario: 50 euro in più nello stipendio, rimarranno tali. Mentre quegli stessi 50 euro, investiti nella creazione di un asilo aziendale, avranno un valore aggiunto superiore alla cifra in sé.

È tutto chiaro fin qui? Ottimo! Allora si può iniziare con la pianificazione per migliorare il welfare aziendale.

Simonetta Spissu

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